sabato 5 ottobre 2013

Un dono del mare

Sono in casa, sto studiando, dopo qualche momento decido di smettere, è un argomento troppo complesso, è un argomento troppo razionale, sento dentro di me un senso di insoddisfazione, mi alzo dalla sedia, percorro il corridoio arrivo in soggiorno, lì c'è mio padre: su divano seduto mentre guarda la televisione. Sembra assorto nei suoi pensieri, in realtà tenta di far sprofondare la sua mente nella televisione, di raggiungere una stato di assoluta passività dopo lo stress e la fatica del lavoro. le sue palpebre sono pesanti, il suo sguardo vacuo sembra collegato allo schermo da un sottile filo impalpabile: non voglio disturbarlo. Vado da mia madre, sta lavando per terra, e mentre muove con vigore i suoi arnesi mi chiedo da quanto tempo è che non la vedo sorridere; dietro di se si porta quel mal di vivere, come se fosse un macigno legato alla sua caviglia , non mi azzardo a rivolgerle la parola, non voglio che anche stanotte vada a dormire alle due. Nell'altra stanza c'è mia sorella, l'unica con cui parlerei volentieri, ma è troppo assuefatta da quella voglia irrefrenabile di pettegolezzi, troppo legata alle apparenze per comprendermi. Decido di uscire per un po. La città illuminata ha un alone di fascino e mistero, tuttavia dopo i primi cinquanta metri tutto quelle promesse di avventura si infrangono e intorno a me non vedo altro che una realtà piena di gente persa. Quando la guardo mi piacerebbe sapere cosa c'è dietro i loro sguardi, ne vorrei conoscere ogni singola storia, magari per capire meglio di come va la vita, perche qui non vedo altro che freddezza e apatia. Ma ecco c'è un mio amico seduto sulla panchina mi saluto e gli chiedo se posso sedermi con lui, lui accetta di buon grado. Inizio a parlargli di me, della mia insoddisfazione, ma lui sembra non capire, allora lui inizia a parlarmi della sua vita, ha un compito di matematica tra qualche giorno, sembrava molto preoccupato, non riusciva quasi a parlare d’altro eppure che cosa vuoi che sia un compito di matematica,magari l’ennesimo tentativo della società di metterti alla prova, per vedere se sarai pronto a vent’anni a scendere nella ‘’fossa dei leoni’’ a lottare e a dibatterti per strappare quel posto che tanto ambisci nel suo grembo velenoso. Non è tutta questa tragedia. Decido di salutarlo, perchèstanco di quei piagnistei e mi incammino verso il mare. Mi siedo e lo guardo in tutta la sua irrequietezza, in tutta la sua sublime passione. Ed è lì che tra le acque affogano i miei turbamenti. Il mare ha il potere di farti trascendere da tutto ciò che eri, finalmente sono lontano da tutto, finalmente posso trovare la pace. All’improvviso una figura silenziosa e macilenta si avvicina al parapetto, con passo stanco ma che diritto conduceva le sue flebili gambe, era un anziano signore sull’ottantina dallo sguardo logorato dal tempo ma ancora vivo e pieno di luce. Si adagiò sulla panchina e volto verso il mare era come se volesse rincontrare una sua vecchia amica. Lo ammiravo, era come se il mare mi avesse fatto un dono, un dono del tempo, un uomo che aveva la luce della felicità quella luce di chi sa di aver vissuto di orizzonti incerti ma pieni di avventura. Non voglio disturbarlo, volevo solo catturare anch’io quella luce. Lo ritrassi, cercai di cogliere la sua essenza, quella passione che aveva vissuto in giovinezze e che gli aveva lasciato un segno indelebile. Ancora adesso non so darmi una spiegazione ma era come se in lui avessi visto un ipotetico me da vecchio, era come se avessi visto un possibile futuro che mi avrebbe portato gioie e soddisfazioni. Non c’era nulla di sbagliato nella mia vita, e quell’anziano era la risposta che prima o poi continuando a cercare avrei raggiunto la mia felicità. Dovevo solo pazientare e aver speranza e fiducia nei miei mezzi, ero certo che tutti i miei dubbi prima o poi saranno solo un brutto ricordo.


                                                                                                                           Othereyes






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