Sono in
casa, sto studiando, dopo qualche momento decido di smettere, è un argomento
troppo complesso, è un argomento troppo razionale, sento dentro di me un senso
di insoddisfazione, mi alzo dalla sedia, percorro il corridoio arrivo in
soggiorno, lì c'è mio padre: su divano seduto mentre guarda la televisione. Sembra
assorto nei suoi pensieri, in realtà tenta di far sprofondare la sua mente
nella televisione, di raggiungere una stato di assoluta passività dopo lo
stress e la fatica del lavoro. le sue palpebre sono pesanti, il suo sguardo
vacuo sembra collegato allo schermo da un sottile filo impalpabile: non voglio
disturbarlo. Vado da mia madre, sta lavando per terra, e mentre muove con
vigore i suoi arnesi mi chiedo da quanto tempo è che non la vedo sorridere; dietro
di se si porta quel mal di vivere, come se fosse un macigno legato alla sua
caviglia , non mi azzardo a rivolgerle la parola, non voglio che anche stanotte
vada a dormire alle due. Nell'altra stanza c'è mia sorella, l'unica con cui
parlerei volentieri, ma è troppo assuefatta da quella voglia irrefrenabile di
pettegolezzi, troppo legata alle apparenze per comprendermi. Decido di uscire
per un po. La città illuminata ha un alone di fascino e mistero, tuttavia dopo
i primi cinquanta metri tutto quelle promesse di avventura si infrangono e
intorno a me non vedo altro che una realtà piena di gente persa. Quando la guardo
mi piacerebbe sapere cosa c'è dietro i loro sguardi, ne vorrei conoscere ogni
singola storia, magari per capire meglio di come va la vita, perche qui non
vedo altro che freddezza e apatia. Ma ecco c'è un mio amico seduto sulla
panchina mi saluto e gli chiedo se posso sedermi con lui, lui accetta di buon
grado. Inizio a parlargli di me, della mia insoddisfazione, ma lui sembra non
capire, allora lui inizia a parlarmi della sua vita, ha un compito di
matematica tra qualche giorno, sembrava molto preoccupato, non riusciva
quasi a parlare d’altro eppure che cosa vuoi che sia un compito di matematica,magari
l’ennesimo tentativo della società di metterti alla prova, per vedere se sarai
pronto a vent’anni a scendere nella ‘’fossa dei leoni’’ a lottare e a
dibatterti per strappare quel posto che tanto ambisci nel suo grembo velenoso.
Non è tutta questa tragedia. Decido di salutarlo, perchèstanco di quei
piagnistei e mi incammino verso il mare. Mi siedo e lo guardo in tutta la sua irrequietezza,
in tutta la sua sublime passione. Ed è lì che tra le acque affogano i miei
turbamenti. Il mare ha il potere di farti trascendere da tutto ciò che eri,
finalmente sono lontano da tutto, finalmente posso trovare la pace. All’improvviso
una figura silenziosa e macilenta si avvicina al parapetto, con passo stanco ma
che diritto conduceva le sue flebili gambe, era un anziano signore sull’ottantina
dallo sguardo logorato dal tempo ma ancora vivo e pieno di luce. Si adagiò
sulla panchina e volto verso il mare era come se volesse rincontrare una sua vecchia
amica. Lo ammiravo, era come se il mare mi avesse fatto un dono, un dono del
tempo, un uomo che aveva la luce della felicità quella luce di chi sa di aver
vissuto di orizzonti incerti ma pieni di avventura. Non voglio disturbarlo,
volevo solo catturare anch’io quella luce. Lo ritrassi, cercai di cogliere la
sua essenza, quella passione che aveva vissuto in giovinezze e che gli aveva
lasciato un segno indelebile. Ancora adesso non so darmi una spiegazione ma era
come se in lui avessi visto un ipotetico me da vecchio, era come se avessi
visto un possibile futuro che mi avrebbe portato gioie e soddisfazioni. Non c’era
nulla di sbagliato nella mia vita, e quell’anziano era la risposta che prima o
poi continuando a cercare avrei raggiunto la mia felicità. Dovevo solo
pazientare e aver speranza e fiducia nei miei mezzi, ero certo che tutti i miei
dubbi prima o poi saranno solo un brutto ricordo.
Othereyes
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